Oggi è il 19 gennaio, rientrato a casa, nel freddo intenso di questo insolito inverno, il termosifone sembra darmi il benvenuto in un paradiso di comodità, mentre i passeri cercano rifugio fra le siepi e si preparano ad un'altra notte polare… forse l’ ultima.
Mi sembra doveroso ricordare quanto successo in queste ore di un 19 gennaio di molti anni fa.
Era il 1943 e molti ragazzi del nostro Paese sputavano sangue in Africa o in Russia, sprofondando nella sabbia o nel fango, insieme alle illusioni di un regime idealista e bugiardo.
Sul fronte russo, le cose si mettevano male.
Dalla metà di ottobre le divisioni di fanteria italiane avevano iniziato a ritirarsi dalle loro posizioni, sotto la sempre crescente pressione di un’ Armata Rossa che trovava coraggio nei continui intensissimi rifornimenti di armi da parte degli americani.
A metà gennaio i Russi attaccano le divisioni corazzate del XIV Corpo d’ Armata tedesco, con i panzer piantati nel ghiaccio e poche gocce di benzina.
Il generale Rheingold si rende conto che la resistenza è impossibile, i Tedeschi si sganciano, lasciando un grosso varco fra le linee italiane e ungheresi.
Il generale Moskalienko, con quasi 800 carri, ha facilmente ragione delle esigue forze romene e, dopo una resistenza eroica ed inutile, anche la 2a Armata Ungherese viene massacrata.
Le divisioni corazzate sovietiche si trovano sul fianco sinistro del Corpo d’ Armata Alpino e si preparano a circondarlo.
Il 17 gennaio arriva l’ ordine di ripiegamento: la Tridentina apre la strada, poi la Julia, la Cuneense in retroguardia.
Si punta su Popovka. Incessanti gli attacchi dei partigiani russi, a cui il Battaglione Saluzzo infligge perdite ingenti.
A Popovka gli Alpini possono finalmente riposare e trovano viveri e rifornimenti.
Nella notte fra il 18 ed il 19 gennaio i partigiani russi attaccano molto numerosi e appoggiati da alcuni plotoni carri.
Si impossessano di grandi quantità di rifornimenti degli Alpini, ma la 21a e la 23a compagnia del Saluzzo contrattaccano con bombe a mano, rendono inoffensivi i carri e riprendono possesso dei muli e del loro prezioso carico.
Sganciamento su Waluiki… il comando della Cuneense ignora che il villaggio è stato occupato dai Russi due giorni prima, dopo essere stato abbandonato dai Tedeschi.
Adesso sono le 18,44, alle 19 del 19 gennaio 1943, il termometro segna -32°, quando partigiani russi, con mimetiche bianche, tornano all’ attacco.
Poi la terra trema… dal buio della steppa compaiono decine di carri, le divisioni corazzate russe sono arrivate addosso alla retroguardia del contingente Alpino, insieme a due divisioni di fanteria ed ingenti forze partigiane.
Coperta dal fuoco di sbarramento della 72° batteria del Gruppo Val Po, Artiglieria Alpina., la IV Divisione Alpina Cuneense si sgancia: direzione Waluiki.
I carri sovietici si fermano, prendono posizione e cercano di rilevare tutte le postazioni delle bocche da fuoco degli Alpini… e in quei minuti, la 21° Compagnia del Battaglione Saluzzo, attacca, bombe a mano e pugnal fra i denti, come tutti noi immaginiamo gli eroi.
La battaglia dura fino all’ alba e, quando il sole si specchia sul ghiaccio della steppa, a Popovka non sparano più.
Dei ragazzi di Saluzzo, Sampeyre, Villafaletto, Savigliano, Cavallermaggiore, Racconigi… non è rimasto nessuno.
Il fratello di mio nonno era uno di loro.
Era partito in un mattino di tarda primavera; ritto in piedi sulla tradotta, salutava la mia mamma, a fianco di una Breda, che suonò quella rumba fulminante che molti cosacchi danzarono per l’ ultima volta.
Ho qui una sua lettera, dove scrive: “I Signori Russi vedranno chi sono gli Alpini…” e furono proprio i Signori Russi a soprannominare quei ragazzi “I Satana Bianchi”.
La mia bisnonna le ha conservate tutte quelle lettere, con le righe nere della censura.
Non c’ erano eroi a Popovka.
Mario Rigoni Stern lo abbiamo letto un po’ tutti. Quel sergente nella neve intorno a cui ruotava tutta la campagna di Russia.
Quel signore che raccontava una guerra come lui avrebbe voluto, con pallottole che si piantano sotto la canna del fucile ed un sergente maggiore freddo e lucido che rappresenta il punto di riferimento di tanti poveri disperati. E si ingrassava con i soldi dei libri e le comparsate in tv. Me lo ricordo tornato nella steppa dopo 40 anni che ascoltava il racconto di un anziano contadino russo, che ,con gli occhi lucidi, parlava di come le mitragliatrici sovietiche falciavano gli Alpini in ritirata e il sergente di ferro se ne esce: “Sparavano a me, mi sono riparato lì” e indicava un cespuglio rinsecchito di 50 cm. Perché lui torna nella steppa dopo una vita e riconosce il cespuglio… e i Russi sparavano a lui, fulcro dell’ Armata Italiana. Ma vaffanculo cialtrone…era un a vita che volevo dirlo.
E poi giù a criticare e offendere chi sceglieva il servizio civile.
In un campo di battaglia non ci sono eroi, ma morte e disperazione e terrore e puzza.
Gli eroi non sono quelli che uccidono uno con una divisa diversa, ma sono quelli che ogni giorno, in ogni piccola cosa, aiutano chi ha bisogno.
E mentre i compagni dell’ eroico sergente della Julia gli chiedevano:” Sergent magiù… ghe turnerem a baita?” i ragazzi del Saluzzo toglievano la sicura alle bombe a mano e rispondevano come Vittorio Emanuele II a San Martino: “Dassì e bugiuma nen”.